Premessa
Questo secondo monitoraggio è stato intrapreso sia per riprendere il lavoro
svolto lo scorso anno nella stessa zona e nello stesso periodo, sia per
verificare, attraverso analisi di comparazione e tecnica deduttiva, i
cambiamenti avutosi sull’avifauna autoctona, dopo i ben noti accadimenti legati
all’influenza aviaria.
Inizierò a descrivere brevemente il percorso che ha interessato questo
monitoraggio, al fine di farvi partecipe della nostra escursione e delle nostre
emozioni.
Percorso :
la zona delle lingue di lava, nel territorio del Comune di San Sebastiano al
Vesuvio, attraverso il sentiero del vecchio trenino a cremagliera.
Lunghezza circa 2 chilometri. Difficoltà: media. Altezza: minima 200 mt massima
600 mt.
Nel suo primo tratto il sentiero è in debole salita ed attraversa terreni
coltivati. Formato da una strada asfaltata pedonalizzata, si passa attraverso
campi coltivati nei tipici cultivar della zona vesuviana, con piantagioni di albicocco
e prugne, in piena maturazione e i “pomodorini del piennolo” nella fase di
maturazione, che avviene di solito a luglio.
Salendo, l’attenzione è calamitata dall’osservazione della colata lavica del
1872 e dal fiume di lava del 1944, che fu causa della quasi totale distruzione
del Casale di San Sebastiano al Vesuvio.
La colata magmatica appare come un enorme ammasso di rocce vulcaniche dei più
svariati colori, ma qui, nel suo tratto terminale, assume il caratteristico
aspetto di prateria grigia per la colonizzazione di un organismo pioniere, lo
stereocaulon vesuvianum, appartenente alla specie dei licheni, associazione
simbiotica di un fungo microscopico e di un'alga uni- o pluricellulare; questo
ha forma di corallo ed è di colore grigio - argentato; è il primo essere
vivente a insediarsi sulla lava raffreddata preparando il suolo per
l'attecchimento delle piante pioniere.
Camminando lungo il sentiero si può ammirare da una parte il Monte Somma con i
Cognoli di Giacca e di Trocchia e dall’altra una spendida veduta panoramica del
Golfo di Napoli con incastonate le perle delle isole di Ischia e Capri.
Arrivati al termine della strada asfaltata , il percorso si presenta
ombreggiato e procede leggermente in salita con una serie di curve. Esso assume
poi l’aspetto di una gola profonda dove la pendenza diviene più forte. Tutto il
sentiero è intervallato da essenze tipiche del bosco misto e da elementi della
macchia a ginestra. Dopo qualche centinaio di metri è posta la meta ravvicinata
del sentiero. Qui è possibile individuare l’antico percorso del trenino a
cremagliera che conduceva dalla Stazione di Pugliano di Ercolano all’Eremo,
Stazione Inferiore della funicolare.
Salendo ancora si raggiunge un punto di sosta panoramico dove è posta la meta
intermedia del sentiero. Il cammino in salita diviene assai ripido e raggiunge
uno slargo immediatamente sottostante la Strada Provinciale che da Ercolano
sale al Vesuvio dove si nota la presenza di un pozzo per la raccolta dell’acqua
piovana di età borbonica. La vegetazione è caratterizzata da un bosco misto in
cui è presente il sambuco e da un sottobosco con il pungitopo. Il tratto si
presenta inizialmente largo e accompagnato da curve, diviene poi sempre più
stretto, ma suggestivo perchè si procede in una forra occupata da blocchi
lavici di notevoli dimensioni.
Una giornata fra la natura ed il canto del cardellino.
Domenica 18 giugno 2006 alle 8 e 30, con la solita puntualità (ih ih) ed i
volti ancora assonnati, ci incamminiamo verso il sentiero che conduce alla meta
del nostro monitoraggio.
La giornata si presenta calda ed un poco afosa, ma la gioia di incontrarci e la
curiosità, ci danno un carico di energia incredibile.
Sono presenti: il Presidente Antonio Puzone, vera anima e spirito guida di
questa iniziativa, il segretario Salvatore Condemi, ottimo fotografo…ma pessimo
scalatore, Salvatore Lucci, cineoperatore ufficiale, Onofrio Giaquinto,
scalatore allenato e vero trainer per tutti noi fuori forma, e Pasquale
Capitano con Giorgio Ruscigno, alla loro prima esperienza di monitoraggio.
Naturalmente chiude la spedizione lo scrivente Nello Formisano, nominato
portavoce anche sul campo.
Alla prima rampa della salita, la prima sorpresa, da una parete di terra
tufacea, appare un nido di scriccioli. Appare minuto e ben mimetizzato nella
natura, tanto che solo l’esperienza e la vista acuta di Antonio ce ne rivela la
presenza. Rimaniamo subito stupiti dal fatto che la coppia di scriccioli abbia
preferito quel sito di nidificazione all’inizio del sentiero e quindi nella zona
più esposta all’andirivieni dei turisti e degli escursionisti. Ma Antonio, da
grande sfoggio delle sue competenze, spiegandoci che, per la loro abilità
mimetica e la velocità di spostamenti, gli scriccioli sono praticamente
invisibili, se non ad occhi esperti ed orecchie allenate.
Continuiamo a salire e dopo solo pochi metri su di un arbusto del sottobosco
rinveniamo un nido di merli abbandonato ed utilizzato probabilmente l’anno
precedente.
La salita si fa mano mano più dura e per alcuni di noi (me compreso) inizia a
diventare faticosa.
Inoltre la temperatura, per l’incedere del giorno, diventa sempre più calda e
anche l’umidità aumenta, dandoci a tratti l’impressione di essere in una
foresta tropicale.
Nella salita ci accompagna il canto di una capinera (Sylvia atricapilla)
…stiamo attraversando il suo territorio, ci avvisa e ci controlla emettendo un
tac tac seguito da un aspro ciaaar di allarme. Ma quando lasciamo il suo
territorio si lascia ad un canto melodioso liberatorio…vera musica per le
nostre orecchie abituate ai clacson ed ai rumori di città!
Ci colpisce la grande mole di lavoro fatta per mettere in sicurezza il sentiero
che si inerpica verso il vulcano, ma anche la sporcizia lasciata da visitatori
maleducati e lo stato di abbandono in cui versano degli ampi tratti del
sentiero. E’ la maledizione italica: si fanno grandi sforzi per fare le cose e
poi le si abbandonano a se stesse, rendendole inutilizzabili alla
collettività(che le ha pagate)…Peccato!
Si sente la mancanza dei due nostri soci botanici, Franco Carone e Stefano
Conti, impegnati in un incontro all’Università (che però non mancheranno nella
prossima escursione), perché la vegetazione è davvero interessante: riconosco
piante di sambuco, con l’alternanza di castagno, ma la parte del leone la fa
un’essenza non tipica della macchia mediterranea l’acacia (Robinia
pseudoacacia); si intravedono nel folto del bosco qualche roverella (Quercus
pubescens), l’ontano napoletano (Alnus cordata), l’acero (Acer pseudoplatanus),
il carpino bianco (Carpinus betulus) che si alternano al castagno (Castanea
sativa) ed al nocciolo (Corylus avellana), introdotti dall'uomo. Mi sorprende
la mancanza in questa zona della pianta regina della macchia mediterranea, il
leccio (Quercus ilex), distrutta da anni di incuria ed incendi, ma che ora si
sta cercando di ripopolare con incendi controllati e rimbosco mirato. Il
rigoglioso sottobosco include il biancospino (Crataegus monogyna), la
fausaggine (Eumonynus europaeus) e lo smilace (Smilax aspera).
Il richiamo del pigliamosche. La vegetazione mediterranea si compone di
lentisco (Pistacia lentiscus), mirto (Myrtus communis), alloro (Laurus
nobilis), fillirea (Phillirea latifolia), origano (Origanum vulgare) e
rosmarino (Rosmarinus officinalis). Ci sorprende il rinvenimento di Felci non
ancora piene di spore e di cui non conosco il nome scientifico.
Salendo verso il sentiero che ormai, imboccata la vecchia sede delle rotaie del
trenino a cremagliera, si inerpica sempre più in alto.
Antonio ci fa osservare un pigliamosche (Muscicapa striata) nella sua tecnica
di caccia, che consiste nel sostare in posizione eretta e attenta in cima ad un
albero o un arbusto, sulla punta di un ramo, dove aspetta l'insetto da predare
e dopo aver effettuato il volo di cattura ritorna al suo posto. La salita fra
un lamento ed una risata per lo scarso stato di forma di qualcuno di noi
(l’amico Giorgio con i suoi 100 chilogrammi è certamente quello più affaticato)
passa velocemente ed arriviamo in alto, nel punto mediano della nostra meta…i
più coraggiosi e tenaci continuano, ma io Salvatore Condemi e Giorgio
preferiamo attendere sulle panchine a riposare un poco.
Osserviamo una natura stupenda ed incontaminata (a parte qualche lattina di
coca cola e bottiglia di minerale) ed ascoltiamo il canto del fringuello
(Fringilla Coelebs) in amore che chiama la femmina.Poco dopo, al ritorno degli
amici ardimentosi e tenaci, assistiamo ad una scoperta molto interessante: un
pettirosso (Erithacus nubecola) si sposta tra gli alberi di sambuco emettendo
il suo tipico canto particolarmente melodioso dell’epoca degli amori. Si
ritiene che non nidifichi sul Vesuvio, per cui Antonio arrampicandosi su
scoscesi da paura ne cerca inutilmente il nido per documentarlo…ma le ricerche
sono vane e disturbate da escursionisti a cavallo che fanno zittire il nostro
piccolo amico. Decidiamo di ritirarci e ritentare al prossimo monitoraggio.
Nella discesa verso la base di partenza, ritroviamo gli uccelli che avevamo
incontrato nella salita, confermandoci che sono stanziali e territoriali.
Un’occhiata veloce al nido dello scricciolo, ma la femmina anche questa volta è
stata più veloce del vento a dileguarsi, comunque decidiamo di non disturbare
le uova (per evitare di danneggiare il nido stesso nel materiale tufaceo
instabile). Continuiamo a scendere verso la base addentrandoci nel territorio
di nidificazione del cardellino (carduelis carduelis tschusii), motivo
principale del nostro monitoraggio.
Ci soffermiamo sugli stessi siti dove lo scorso anno avevamo trovato nidi di
cardellini già involati, ma non vi è presenza di cardellini nidificanti. Alcuni
soggetti adulti isolati che avvistiamo, ci indicano la presenza del fringillide
solare, ma di nidi nemmeno l’ombra.
Non sappiamo dare una interpretazione a tale fenomeno, forse la stagione fredda
fino a pochi giorni orsono ne avrà spostato l’areale di nidificazione molto più
in basso?
Sarà certamente motivo di discussione in un prossimo incontro degli esperti del
Club. Ma il sole è alto ormai e la temperatura davvero “estiva” ci consiglia di
fermarci fuori alla Caffetteria del punto di partenza a rinfrescarci un poco.
Alla fine, a parte la delusione per il campanello d’allarme dettato dalla
mancanza di cardellini in nidificazione, traiamo concordi la conclusione che:
La natura appare in buona salute! Meno male che gli uccellini non leggono i
giornali e le notizie dell’Aviaria davvero non li hanno nemmeno sfiorati. Il
nostro morale è alto e possiamo declamare i versi di Leopardi Passata è la
tempesta:. odo augelli far festa !
Nello Formisano
Bibliografia: sito dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio.